Crisi umanitarie o umanitario in crisi?

Una riflessione di Jean Selim Kanaan sul mondo umanitario. Forse un po’ più autorevole di Bertolaso, Kanaan è morto a 33 anni in un attentato a Baghdad. Lavorava per le Nazioni Unite. Cliccare sul testo per ingrandirlo.

Dal libro La mia guerra all'indifferenza di Jean Sélim Kanaan

Bertolaso e Cassandra

Un manifesto per la raccolta fondi per Haiti nella metropolitana di Londra

Non è per niente bello sentirsi come Cassandra, quella rompiscatole di Cassandra: da tempo, e dopo averci lavorato, faccio delle considerazioni critiche sul mondo umanitario, cercando anche di dialogare con chi nella politica umanitaria c’è dentro fino al collo, ma la reazione oscilla tra il fastidio e il “non siamo perfetti, siamo esseri umani, quindi non stare a cercare il pelo nell’uovo”. Le stesse cose che si dicevano della chiesa cattolica e dei preti pedofili: “la chiesa è un’istituzione umana, piena di imperfezioni”. Certo, non siamo perfetti, ma possiamo forse cercare di evitare lo show umanitario, lo sfruttamento della sventura per metterci il nostro logo (più in alto a sinistra che si vede meglio, grazie), così come i preti possono accarezzare i bambini senza abusarne. E così oggi leggere sul Corriere che ci è arrivato anche Bertolaso – uomo di politica, uomo istituzionale, non un sovversivo visionario – a dire che la situazione delle ONG ad Haiti è patetica e che «troppo spesso una volta arrivati sul luogo di un disastro, si pensa subito a mettere un grande manifesto con lo stemma della propria organizzazione, a fare bella figura davanti alle telecamere, piuttosto che mettersi a lavorare per portare soccorso a chi ha bisogno» mi ha fatto ripensare a tante discussioni fatte sull’argomento con vari esponenti dell’industria della solidarietà, a Roma, a Parigi, a Gerusalemme, a Pechino: la risposta alle mie osservazioni era sempre la stessa, “non siamo perfetti”. Perfetti no, ma ciechi e ipocriti spesso sì.

Comunque alla fine nessuno ascoltò quella rompiscatole di Cassandra e Troia fu distrutta.

Haiti e riflessioni varie sull’umanitario

Nel  dicembre del 1998 i miei zii m’invitarono ad andare con loro ad Haiti a trovare dei loro parenti. Mi ero da poco laureata e 3 settimane al caldo furono una buona esca. Ospite di una famiglia benestante di Port-au-Prince, mi sentivo come Rossella O’Hara in Via col vento, circondata da servitù, in un clima di sottomissione irreale, e se la protagonista di Via col vento si faceva mettere il corsetto da Mammy, ad Haiti le donne benestanti si facevano infilare le calze, servire a tavola, pettinare. Alla sera frequentavamo bar di expats a Port-au-Prince, per raggiungere i quali attraversavamo le bidonville su una 4×4, la stessa dalla quale ci guardavamo bene dallo scendere al mercato per non essere presi d’assalto dalla gente che chiedeva soldi. Ricordo il mare splendido di Haiti, ma anche il grande disagio che si può provare nel vivere da ricchi privilegiati, in mezzo ad una popolazione priva di mezzi e spesso analfabeta.

Immagino oggi, dopo il terremoto, quanti altri di quegli expat siano arrivati, con le loro Toyota bianche, le tante buone intenzioni, e la malcelata condiscendenza verso lo staff del posto, ‘the national staff’ lo chiamano, personale di serie B rispetto a quello straniero, nel mondo umanitario non se ne parla, sarebbe troppo imbarazzante ammettere che le ONG si portano dentro una mentalità coloniale, non di rado razzista. Dopo le mie esperienze umanitarie e gli approfondimenti che ne sono seguiti attraverso letture e confronti con altri che hanno scelto la stessa ‘carriera’, vedo di fronte ad ogni tragedia la stessa corsa al ‘posto in prima fila’ da parte delle organizzazioni umanitarie. Il mondo dice ‘che brave persone, che eroi’, io resto perplessa. Poi vedo che siamo sempre di più a restare perplessi, a crederci sempre meno a questa favola dell’intervento umanitario. E’ di oggi un articolo sul Guardian che riprendendo un editoriale della famosa rivista medica The Lancet dal titolo Growth of Aid and decline of humanitarianism, parla di competizione tra organizzazioni umanitarie, un secondo articolo che discute la stessa questione è pubblicato su Al Jazeera English: Aid Industry Blamed for Chaos.

Credo che le varie ONG di soldi ne abbiano fin troppi (sono la quinta industria mondiale!) e personalmente perso sia più utile sostenere progetti vicino a casa propria. A parte la fase di emergenza secondo me ad Haiti sarà la gente del posto a doversi dar da fare, l’intervento umanitario è spesso assistenzialismo che crea emergenze croniche e foraggia una mentalità ‘dipendente’.

Quando faccio queste considerazioni mio padre  mi cita il piano Marshall che aiuto’ l’Europa a rialzarsi dopo la seconda guerra mondiale, ma quello fu un piano preciso e limitato nel tempo (4 anni mi pare), oggi le ONG arrivano con la motivazione di aiutare in casi di emergenza e  non se ne vanno piu’! In Africa 60′ anni di interventi ‘umanitari’ hanno forse aiutato? Medici senza frontiere è ad Haiti da 19 anni. E poi anche il piano Marshall non era scevro da secondi fini aiutando a ricostruire un’Europa che ancora oggi gravita nella sfera d’influenza americana.
Il sistema del buonismo assistenzialista andrebbe ripensato (io sto pensando come…). Quando Yunus, l’inventore del micro-credito per i poveri, venne fuori con questa idea molti pensarono che non era ‘giusto’ prestare i soldi ai poveri, e addirittura far pagare dei tassi d’interesse! E invece con la sua idea Yunus ha dato più dignità e più possibiltà a chi è povero di tutta la carità gratuita fatta dalle varie ONG.

Bene, questo e’ l’Alina pensiero per oggi. Che dire? C’è chi farà una donazione per Haiti, così come io probabilmente prima o poi ripartirò i missione con qualche ONG. Ma guardiamo in faccia anche la realtà del mondo umanitario per quella che è, “l’industria della solidarietà”, dove l’accento è spesso più su “industria” che su “solidarietà” .

Photographers not terrorists

It’s been  in the news quite a bit in the recent months, in the name of ’security’ photographers have been stopped and searched in London by the police and prevented from taking photos by security guards in public areas. Less civil liberties in the name of security. I remember that the first time a soldier shouted at me for taking his photo was in 1989’s Budapest, the iron curtain was in the process of dissolving, but a bit of Soviet climate was still in the air.

The second time was at an Israeli checkpoint in Hebron, a photo of that crappy checkpoint clearly showed that Israeli checkpoints are not ‘terminals’ like the one that some tourists might see between Jerusalem and the West Bank or the Bethlehem one. Real checkpoints in the heart of the West Bank are ugly places. I guess my camera was saved  from the soldiers by my innocent smile that time round.

The third time my camera was at risk was in Beijing’s Tiananmen Square on June 4, 2009, exactly 20 years after the massacre. On that occasion I simpy played naive: I was just a tourist who pretended not to understand a word of what the Chinese soldiers asked me in their best English. Once again my G9 was saved.

Now here we are in London. Silly me who thought that banning photography was a thing that happened under authoritarian regimes or in occupied territories.

Mass Photo Gathering

12 Noon
Saturday 23rd January 2010
Trafalgar Square

http://photographernotaterrorist.org/