Bertolaso e Cassandra

Un manifesto per la raccolta fondi per Haiti nella metropolitana di Londra

Non è per niente bello sentirsi come Cassandra, quella rompiscatole di Cassandra: da tempo, e dopo averci lavorato, faccio delle considerazioni critiche sul mondo umanitario, cercando anche di dialogare con chi nella politica umanitaria c’è dentro fino al collo, ma la reazione oscilla tra il fastidio e il “non siamo perfetti, siamo esseri umani, quindi non stare a cercare il pelo nell’uovo”. Le stesse cose che si dicevano della chiesa cattolica e dei preti pedofili: “la chiesa è un’istituzione umana, piena di imperfezioni”. Certo, non siamo perfetti, ma possiamo forse cercare di evitare lo show umanitario, lo sfruttamento della sventura per metterci il nostro logo (più in alto a sinistra che si vede meglio, grazie), così come i preti possono accarezzare i bambini senza abusarne. E così oggi leggere sul Corriere che ci è arrivato anche Bertolaso – uomo di politica, uomo istituzionale, non un sovversivo visionario – a dire che la situazione delle ONG ad Haiti è patetica e che «troppo spesso una volta arrivati sul luogo di un disastro, si pensa subito a mettere un grande manifesto con lo stemma della propria organizzazione, a fare bella figura davanti alle telecamere, piuttosto che mettersi a lavorare per portare soccorso a chi ha bisogno» mi ha fatto ripensare a tante discussioni fatte sull’argomento con vari esponenti dell’industria della solidarietà, a Roma, a Parigi, a Gerusalemme, a Pechino: la risposta alle mie osservazioni era sempre la stessa, “non siamo perfetti”. Perfetti no, ma ciechi e ipocriti spesso sì.

Comunque alla fine nessuno ascoltò quella rompiscatole di Cassandra e Troia fu distrutta.