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Haiti e riflessioni varie sull’umanitario

Nel  dicembre del 1998 i miei zii m’invitarono ad andare con loro ad Haiti a trovare dei loro parenti. Mi ero da poco laureata e 3 settimane al caldo furono una buona esca. Ospite di una famiglia benestante di Port-au-Prince, mi sentivo come Rossella O’Hara in Via col vento, circondata da servitù, in un clima di sottomissione irreale, e se la protagonista di Via col vento si faceva mettere il corsetto da Mammy, ad Haiti le donne benestanti si facevano infilare le calze, servire a tavola, pettinare. Alla sera frequentavamo bar di expats a Port-au-Prince, per raggiungere i quali attraversavamo le bidonville su una 4×4, la stessa dalla quale ci guardavamo bene dallo scendere al mercato per non essere presi d’assalto dalla gente che chiedeva soldi. Ricordo il mare splendido di Haiti, ma anche il grande disagio che si può provare nel vivere da ricchi privilegiati, in mezzo ad una popolazione priva di mezzi e spesso analfabeta.

Immagino oggi, dopo il terremoto, quanti altri di quegli expat siano arrivati, con le loro Toyota bianche, le tante buone intenzioni, e la malcelata condiscendenza verso lo staff del posto, ‘the national staff’ lo chiamano, personale di serie B rispetto a quello straniero, nel mondo umanitario non se ne parla, sarebbe troppo imbarazzante ammettere che le ONG si portano dentro una mentalità coloniale, non di rado razzista. Dopo le mie esperienze umanitarie e gli approfondimenti che ne sono seguiti attraverso letture e confronti con altri che hanno scelto la stessa ‘carriera’, vedo di fronte ad ogni tragedia la stessa corsa al ‘posto in prima fila’ da parte delle organizzazioni umanitarie. Il mondo dice ‘che brave persone, che eroi’, io resto perplessa. Poi vedo che siamo sempre di più a restare perplessi, a crederci sempre meno a questa favola dell’intervento umanitario. E’ di oggi un articolo sul Guardian che riprendendo un editoriale della famosa rivista medica The Lancet dal titolo Growth of Aid and decline of humanitarianism, parla di competizione tra organizzazioni umanitarie, un secondo articolo che discute la stessa questione è pubblicato su Al Jazeera English: Aid Industry Blamed for Chaos.

Credo che le varie ONG di soldi ne abbiano fin troppi (sono la quinta industria mondiale!) e personalmente perso sia più utile sostenere progetti vicino a casa propria. A parte la fase di emergenza secondo me ad Haiti sarà la gente del posto a doversi dar da fare, l’intervento umanitario è spesso assistenzialismo che crea emergenze croniche e foraggia una mentalità ‘dipendente’.

Quando faccio queste considerazioni mio padre  mi cita il piano Marshall che aiuto’ l’Europa a rialzarsi dopo la seconda guerra mondiale, ma quello fu un piano preciso e limitato nel tempo (4 anni mi pare), oggi le ONG arrivano con la motivazione di aiutare in casi di emergenza e  non se ne vanno piu’! In Africa 60′ anni di interventi ‘umanitari’ hanno forse aiutato? Medici senza frontiere è ad Haiti da 19 anni. E poi anche il piano Marshall non era scevro da secondi fini aiutando a ricostruire un’Europa che ancora oggi gravita nella sfera d’influenza americana.
Il sistema del buonismo assistenzialista andrebbe ripensato (io sto pensando come…). Quando Yunus, l’inventore del micro-credito per i poveri, venne fuori con questa idea molti pensarono che non era ‘giusto’ prestare i soldi ai poveri, e addirittura far pagare dei tassi d’interesse! E invece con la sua idea Yunus ha dato più dignità e più possibiltà a chi è povero di tutta la carità gratuita fatta dalle varie ONG.

Bene, questo e’ l’Alina pensiero per oggi. Che dire? C’è chi farà una donazione per Haiti, così come io probabilmente prima o poi ripartirò i missione con qualche ONG. Ma guardiamo in faccia anche la realtà del mondo umanitario per quella che è, “l’industria della solidarietà”, dove l’accento è spesso più su “industria” che su “solidarietà” .